
Due problemi attanagliano in questi giorni gli organizzatori del sessantesimo Festival di Sanremo: le canzoni in dialetto (ancora!?!) e il business del televoto.
Il televoto. Le case discografiche, che non incassano un centesimo dei soldi guadagnati dal Festival grazie al giudizio telefonico (attualmente un terzo va alla Rai, un terzo ai gestori telefonici e un terzo alla società di servizi alla quale viene subappaltato il televoto), battono cassa: Enzo Mazza presidente della Fimi, parlando a Libero, chiede che il 25% della torta vada a chi porta gli artisti:
Abbiamo avuto pazienza per lungo tempo, ma è giunto il momento di mettere dei paletti a questa situazione assurda. Perché mai dal televoto ci guadagnano tutti eccetto che le case discografiche? Qualcosa deve cambiare… Il 31 dicembre del 2009 scade il contratto che la Rai ha stipulato sui rimborsi legati a questo meccanismo di voto. Accordo che dovrà essere rinnovato alle nostre condizioni. Chiediamo che almeno il 25% dei proventi sia diviso, in futuro, vada alle case discografiche che portano in gara un artista e che spendono fior di quattrini senza avere un euro di rimborso. Pensate alle spese che devono sostenere per le prove, gli spostamenti, gli hotel e per tutto quello che orbita attorno alla partecipazione di un cantante a Sanremo.




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