Barbara d’Urso: il caso Sarah Scazzi è la strenna di Natale in anticipo

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Nel linguaggio giornalistico, quando un allenatore o un conduttore non fanno bene il proprio lavoro, si dice che non arriveranno a mangiare il panettone. E nell’ultima stagione di serie A, c’è stato l’ex tecnico del Palermo – ora passato a Commissario Tecnico dell’Under 21 – Devis Mangia che per esorcizzare i pettegolezzi sul suo conto circa il suo imminente licenziamento, si portò il dolce natalizio milanese in conferenza stampa: purtroppo il gesto non bastò alla sua cacciata dopo alcune sconfitte fatali per i rosanero.

Ebbene, una scorpacciata di casi di cronaca nera l’uno dietro l’altro ha garantito la sopravvivenza di Barbara d’Urso, la conduttrice di Pomeriggio Cinque che da qualche settimana ha sostituito Alessio Vinci e Sabrina Scampini e ha preso sulle sue spalle l’onere di presentare anche Domenica Live, trasformandola in una creatura a sua immagine e somiglianza. Di Pomeriggio Cinque, s’intende: ore ed ore dedicate a bambini contesi,  donne violentate,  e la triade perfetta Melania Rei – Yara Gambirasio – Sarah Scazzi.

Ed è proprio quest’ultimo lato,   di questo inquietante triangolo della cronaca nera – fate voi se ipotenusa o uno dei cateti-  che si rivela foriero di servizi con Ilaria Cavo e Remo Croci in diretta da Avetrana per aggiornamenti con la Bislacca. Perchè da quando Michele Misseri, l’abusatissimo contadino utilizzato impropriamente come co-conduttore di ogni programma di infotainment targato Videonews, ha accusato se stesso di aver ucciso la piccola Sarah Scazzi, la rivelazione  è scesa come una manna dal cielo per Barbara d’Urso, ormai fossilizzatasi su gente che non riesce ad arrivare alla fine del mese.

Al di là degli ascolti mai particolarmente elevati, Avetrana si è dimostrata da subito la spina dorsale dei programmi di infotainment della struttura diretta da Claudio Brachino, ma francamente non si riesce a capire il successo di un tale racconto in cui gli indiziati sono solo tre e si coprono vicendevolmente. Probabilmente le ragioni risiedono nel fatto che Michele Misseri – chiamato impropriamente “zio” da chiunque – sia diventato un brand, una maschera comica anche prima dell’imitazione di Checco Zalone, lo Scilipoti della cronaca nera. Praticamente, una fiction a costo zero.

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