Recensione: Il cacciatore di aquiloni

di Diego Odello 4

Amir (Khalid Abdalla) e Hassan sono due amici fraterni (in realtà molto di più), di classi sociali differenti: il primo è un pashtun, figlio di Baba (Homayoun Ershadi), un uomo influente di Kabul; il secondo è un hazara, figlio del servo di Baba. Il giorno più importante della città, la gara degli aquiloni, si contraddistingue per due fatti che daranno una svolta al film: i due bambini vincono la gara degli aquiloni, ma Hassan, per recuperare quello battuto nel finale e regalarlo al suo compagno di giochi, viene sodomizzato da ragazzi più grandi, sotto gli occhi impietriti di Amir, che però non muove un’unghia per salvarlo.

Col tempo, il tragico ricordo di quel giorno, diventa un ossessione per il bambino Pashtun, che cerca in tutti i modi (ridicolizzandolo, facendolo passare per ladro) di allontanare dalla sua vita il giovane Hazara, cosa che gli riuscirà poco prima dell’invasione dell’Afganistan da parte dell’esercito dell’Unione Sovietica.

Negli Stati Uniti Amir riuscirà a ricostruirsi una vita insieme al padre malato, che gestisce una pompa di benzina e a Soraya, la figlia di un colonnello dell’esercito Afgano, anch’essa sfuggita all’invasione e mai più tornata in patria, con cui convolerà a nozze. Una telefonata arrivata dal lontano Oriente, darà la possibilità al ragazzo di sistemare i conti lasciati in sospeso nella sua terra natale.


Il cacciatore di aquiloni, film nominato agli Oscar e precedentemente ai Golden Globe, diretto splendidamente da Marc Forster (Monster’s Ball, Stay, Neverland) è uno splendido affresco della Kabul prima delle invasioni straniere. Con grande poeticità il regista trasporta il primo romanzo (The Kite Runner) dello scrittore americano di origine afgana Khaled Hosseini, su pellicola e grazie ad una narrazione ben costruita e una fotografia da mozzare il fiato, il prodotto che ne esce è un film di qualità, capace di colpire al cuore lo spettatore, senza lasciare nulla di sospeso.

Forse il finale, che si ricollega con l’inizio del film è un po’ troppo raccontato in fretta, ma la storia nella sua totalità si dimostra valida, forte dell’ottima interpretazione del suo cast (Ahmad Khan Mahmidzada, nella parte di Hassan ha ottenuto un premio come miglior attore giovane ai Broadcast Film Critics Association Awards), anche se forse per chi ha letto il libro (non sono tra i fortunati), non all’altezza.

Tante le tematiche trattate (alcune troppo in fretta per essere gustate): l’invasione dell’Afganistan (già raccontata in maniera differente da Persepolis), il difficile rapporto padre/figlio, la convivenza fra culture differenti, la vita dell’emigrato nel nuovo Paese, l’amicizia contrastata.

Concludendo: il film è un ottimo prodotto, tratto probabilmente da un superbo romanzo, che stupisce per la sua capacità di tenere incollato lo spettatore per oltre due ore di film, seppur non abbia una storia da Blockbuster (ritmo lento, poca azione, tanta descrizione).

Consigliato a tutti coloro che vogliono conoscere una cultura differente, attraverso la poesia del cinema di Marc Forster.

Commenti (4)

  1. bello quanto la mia biga!

  2. un film bello ed emozionante quanto il libro: entrambi ti avvolgono in un mondo apparentemente lontano ma ke in realtà ci tocca da vicino…

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