Pane e Libertà, riassunto prima puntata

di Redazione 3

Ecco a voi la prima puntata di Pane e libertà, miniserie in due puntate in onda stasera e domani sera su Rai 1 in piena prima serata. La mini serie racconta la vita privata e professionale del segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio, interpretato da Pierfrancesco Favino, protagonista assoluto di questo appuntamento televisivo.

Gli anni in cui il sindacalista visse e lottò vengono precorsi da un‘infanzia dura, che segna in modo indelebile la vita del futuro sindacalista, contribuendo alla creazione di una personalità intollerante verso le ingiustizie e verso i padroni arroganti, pomposi e prepotenti.

Le scene dell’infanzia sono veramente dure: la morte del padre, incorsa dopo una giornata di pioggia a cercare di domare i cavalli del barone per cui lavora, è il primo turning point nella vita del protagonista.

Una vita fatta di eventi gravi, eclatanti, perfetti per essere raccontati in una biografia, e per costituire le premesse per una vita intensa, interessante, combattuta e “sudata”. La morte del padre, dicevamo. Peppino ha appena undici anni, ma è necessario improvvisamente averne molti, molti di più.

Il fatto è che qualcuno deve andare a lavorare per portare avanti la famiglia, e quest’onere tocca a Peppino. Un onere che prende con l’entusiasmo di poter, un giorno, tornare sui banchi di scuola a studiare. Il piccolo Peppino si spezza la schiena, e così fa il suo piccolo amico Ambrogio, con il quale stringe una sincera e solidale amicizia.

Non c’è niente di bello, in prospettiva: il piccolo Ambrogio muore sotto una pioggia di percosse, dopo aver nascosto un pezzo di pane. Morto per un pezzo di pane. Anche questo rimane inciso in modo indelebile nella mente e nel cuore di Peppino.

Dieci anni dopo, il nostro è impegnato nella costruzione di una scuola per i poveri e per gli analfabeti: Peppino capisce infatti che l’alfabetizzazione è l’unica arma efficiente contro l’arroganza degli oppressori.

Iniziano i conflitti con le autorità, con i latifondisti, che lo bollano come “testa calda” e iniziano a contrastarne l’attività. Ma Peppino cavalca uno tsunami, la rabbia dei lavoratori è troppa, e gode di grande rispetto dalla massa; per questo, lentamente, i braccianti smettono di andare a lavoro, mandando in malora le terre.

A poco serve la repressione armata: più “efficiente” invece l’avvento della guerra e l’arruolamento di Peppino, che lo distoglie temporaneamente da ciò su cui è sempre stato focalizzato. Lentamente però Peppino torna a svolgere il suo ruolo, fino al raggiungimento di un grande traguardo.

Alla fine, un “cafone” in Parlamento, come qualcuno mormora: Peppino parla al Parlamento, con sapienza e dignità, ben sapendo la difficile posizione che ricopre, forte e orgoglioso del suo difendere i diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori.

Uno scroscio di applausi lo inonda, le sue parole contro i padroni in favore dei lavoratori piovono sugli ascoltatori, che rispondono con un altrettanto roboante suono di mani che battono incessantemente.

Arrivano poi i tempi bui del fascismo, con l’omicidio di Matteotti e tutto ciò che è stato e che sappiamo e che ci ferisce al solo ricordo. Il timore di Di Vittorio, espresso durante un dialogo sommesso con l’amico Bruno Buozzi, interpretato da un consapevole Francesco Salvi, è che il fascismo si stia impossessando dell’Italia.

Ed è quello il momento in cui Di Vittorio prende la decisione di entrare nel Partito Comunista. Sua moglie ha appena dato alla luce il secondo figlio, un maschio, e il Tribunale Speciale lo condanna; la fuga, il freddo, la paura, ma anche una speranza che e una forza che non muoiono veramente mai.

Nel 1929 il nostro protagonista è a Mosca, ma il discorso di Stalin non lo convince, soprattutto il suo associare il socialismo al fascismo, accomunandone le basi ideologiche: non torna, non è vero, Matteotti era socialista ed è stato ucciso dai fascisti. Se non altro, a Mosca la famiglia si riunisce.

Commenti (3)

  1. In effetti ha avuto una vita incredibile. Chissà se la fiction rispetta le testimonianze che ho letto (“Caro papà Di Vittorio”, ed.Guerini)

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