
Aldo Grasso non sembra molto convinto della qualità della seconda serie di Donna Detective: il critico del Corriere della sera nella sua rubrica A fil di rete, dice:
la miniserie non riesce mai a essere né così drammatica da togliere il respiro (tutto è abbastanza prevedibile), né così divertente da regalare un sorriso.
L’analisi del lavoro fatto dagli sceneggiatori Marina Garroni, Massimo Melloni e Peter Exacoustos, in certi casi è quasi impietosa:
La «detection» stinge in una normale «attività ispettiva» e la family comedy in macchietta: e il marito (Kaspar Capparoni) che si fa incastrare, e la famiglia, e il lavoro, e la figlia problematica. Prima la Polizia e poi la Famiglia o viceversa? Sembra che Lisa Milani partecipi a un talk del pomeriggio. Così si snodano storie, semplici, edificanti, prive di scrittura, che analfabetizzano lo spettatore sulla complessità del crimine.
Condividete il pensiero di Aldo Grasso o lo trovate forse un po’ troppo estremo, visto che la fiction non vuole far altro che intrattenere il pubblico, cercando il giusto equilibrio tra detection e family?