Recensione: Rendition – Detenzione illegale

di Diego Odello 3

Due lentissime ore di film e una serie infinita di buchi nella sceneggiatura, fanno di Rendition, il film diretto da Gavin Hood, un utile film a livello di denuncia e un buco nell’acqua a livello di narrazione, un’occasione sprecata per realizzare un capolavoro.
Un ingegnere egiziano, Anwar El-Ibrahimi (Omar Metwally) si imbarca su un volo diretto a Washington per tornare a casa da moglie (in dolce attesa) e figlio, ma durante il tragitto viene intercettato dai servizi segreti egiziani, che nell’ordine lo rapiscono, lo interrogano, lo torturano, in quanto lo ritengono erroneamente un terrorista.
La moglie (Reese Witherspoon), che lo stava aspettando con ansia, non vedendolo arrivare si mette ad indagare: dietro a tutto ciò c’è il governo americano, qui rappresentato ottimamente da Corinne Whitman (Meryl Streep), donna forte che approva punizioni corporali e torture se portano al risultato sperato, ovvero annientare la minaccia terrorista. Di visione differente è Douglas Freeman (Jake Gyllenhaal), agente della CIA adetto al recupero delle informazioni. Sarà lui la chiave di volta del film…


Rendition è una storia di popoli (il film racconta anche la storia della figlia del capo della polizia egiziana e del suo matrimonio combinato), è una storia di sofferenze (fisiche dell’ingegnere, psicologiche della sua compagna, disperata nel non averlo più vicino a sé), è un racconto crudo di una verità sempre abbozzata (il rapimento di possibili appartenenti a cellule integraliste), mai negata e mai affrontata pienamente, fatto da più punti di vista differenti, tra i quali non ne esiste uno sbagliato a prescindere (tutti i protagonisti hanno motivazioni a prima vista valide per comportarsi come si comportano), ma semmai uno sicuramente giusto, quello del presunto colpevole.
Se vogliamo fare un’analogia, possiamo richiamare alla memoria Five Fingers, anch’esso un film che racconta di torture inflitte ad un possibile terrorista, giustificato però dal fatto che alla fine realmente il prigioniero è membro di una cellula del terrore. Gavin Hood, di contro, ci illustra l’altra faccia della medaglia, quella di un uomo che vede tutti i suoi diritti violati, dagli sceriffi del mondo, gli americani, pur essendo innocente.
Concludendo: se non ci fossero buchi narrativi (come ad esempio telefonate mai spiegate), la lentezza che lo contraddistingue, utilizzata per far metabolizzare meglio il messaggio di denuncia del film, sarebbe pure accettabile, visto anche l’ottimo cast che ha lavorato alla realizzazione del film, ma due ore di film con sfasamenti temporali e qualche imprecisione di troppo, rendono la pellicola sufficiente. Peccato davvero.

Commenti (3)

  1. Sinceramente un film pesante e monotono, la storia rimane troppo superficiale e priva di dialoghi…una vera noia di due ore.

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