Recensione: Gomorra

di Redazione 17

La camorra è un altro stato, controlla qualsiasi cosa, dal commercio di abiti contraffatti (con l’aiuto degli industriali del nord), a quello delle armi, dallo smaltimento di riufiuti tossici in discariche abusive, ai prestiti dati a chi ne ha bisogno, dal sostentamento delle famiglie che hanno un parente in carcere, al traffico di droga.
Non esistono immigrati clandestini, bande africane o altre mafie che possono mettere i bastoni tra le ruote alla macchina camorrista e lo stato quando serve latita. Tutto ciò l’hanno ben capito Marco (Marco Macor) e Ciro (Ciro Petrone), ragazzi che vogliono conquistare con la forza l’indipendenza all’interno della società, l’ha capito Totò (Salvatore Abruzzese), tredicenne che sogna di diventare uno di quelli che conta e l’hanno capito a loro spese i cinesi che provano a soffiare il mercato della contraffazione ai boss locali.
Gomorra, film vincitore del Gran Premio della giuria al sessantunesimo Festival di Cannes, diretto da Matteo Garrone è un racconto cruento e tremendamente doloroso della realtà camorrista che in 30 anni ha fatto più di 4000 mila morti tra Napoli e Caserta e che è stata così ben raccontata dal libro dall’omonimo libro di Roberto Saviano da cui è tratta la pellicola.


Niente spettacolarizzazione della criminalità, nessuna storia costruita ad arte, ma solo la descrizione cruda di un regista, con esperienze nel campo dei documentari, che gira il suo film nei luoghi dove ogni giorno quello che racconta capita realmente (Scampia, le vele di Secondigliano), utilizzando attori non professionisti, che parlano in napoletano stretto sottotitolato, come per dirci che pur essendo in Italia siamo in un altro paese, o più probabilmente all’inferno e scegliendo come colonna sonora formata alcuni brani di musica neomelodica napoletana (tra l’altro nel cast c’è anche Maria Nazionale).
Nel film, un pò City of God (in particolare per il sogno dei ragazzi di diventare boss), se non fosse per l’impronta documentarista, il ritmo è monotono (mono tono) per rappresentare in maniera concreta l’assuefazione che questa situazione ha dato ai cittadini di quei quartieri: droga, sfruttamento del lavoro e continui colpi d’arma da fuoco vengono rappresentati come ordinaria amministrazione, creando inquietudine nello spettatore.
A livello tecnico oltre all’ottima prova di Tony Servillo, che qualsiasi ruolo faccia, riesce a farselo calzare a pennello, bisogna notare che nessun attore del cast stona o è fuori dalle righe, nessun è fondamentale o superfluo e, complice un’ottima sceneggiatura che non ha falle (seppur mantenga slegate tutte le storie che racconta in contemporanea) e mantiene la maggior parte dei dialoghi in dialetto, la realisticità è garantita.
Concludendo: Gomorra è un signor film, non un gangaster movie o un film romanzato (Milano – Palermo Il ritorno), purtroppo nato da un vero problema sociale, sempre attuale, quale è la Camorra, di cui riesce a descrivere bene la sua potenza, condannandola attraverso il contrasto con le immagini impoverite dalla spazzatura, dagli orrori architettonici e dalla vuotezza delle persone che ci vivono (le persone sono morti che camminano), dimenticati da uno stato assente.

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