Recensione: 14 anni vergine

di Diego Odello 2

Sam (Ryan Pinkston) è un soggetto di ragazzo: il protagonista, dalla capigliatura anni settanta, viene ancora accompagnato a scuola dai genitori, maltrattato dai bulli, deriso dalle ragazze, scelto per ultimo dai compagni per giocare a basket. L’unico modo per sopravvivere alla scuola, secondo il consulente scolastico è quello di mentire spudoratamente, inventandosi una identità che lo faccia accettare più facilmente dei compagni.
Seguendo il consiglio dell’uomo, Sam inizia a sparare frottole a raffica, definendosi figlio di un metallaro e di una artista d’avanguardia, sostenendo di essere superdotato, di possedere una porche, di essere un campione di basket e una frana in matematica e di essere in grado di far innamorare la professoressa e la più bella ragazza della scuola.


Il caso vuole che, rompendo lo specchio di camera sua, tutte le sue bugie si trasformino in realtà, rendendo la sua vita come l’ha sempre desiderata, seppur col tempo il protagonista comprenda, grazie ad Annie (Kate Mara), una compagna che l’apprezza per quello che è veramente, che il suo nuovo ruolo non è così bello come si è immaginato.
Christian Charles esordisce alla regia con 14 anni vergine, riprendendo un filone già molto battuto, quello del film adolescenziale, mescolandolo con tematiche già viste come quella dello scambio di ruoli (Big) e quella della bugia (Bugiardo e Bugiardo), modificandoli a suo piacere. Il risultato è un film, che tratta con leggerezza i problemi dei giovani, raccontati attraverso situazioni che si ingigantiscono attraverso iperboli, che nulla ha a che vedere con il titolo italiano (tremendo adattamento a quello originale Full of it), che ricorda più che altro la classica commedia alla American Pie, seppur in tutta la storia l’argomento sessuale sia solo accennato.
A livello tecnico, il film è piuttosto classico, senza grandi caratterizzazioni a livello autoriale, se non l’uso della fotografia e del colore, che sono utilizzati per rendere più vecchia la pellicola e per omaggiare i teen movie degli anni ottanta (Voglia di vincere).
Concludendo: 14 anni vergine è abbastanza divertente seppur non riesca mai a decollare realmente. E’ vero che ha il sapore di già visto, a causa di una sceneggiatura abbastanza prevedibile, un ritmo mai troppo sostenuto e lo scontato happy end, ma le gag ridicole ed esagerate, che non scadono mai nel volgare, sono un ottimo supporto al messaggio che vuole trasmettere (bisogna essere sempre se stessi, perché atteggiarsi da grandi non rende grandi), complice l’ottima prova recitativa di Ryan Pinkston.
Consigliato a tutti coloro che vogliono passare novanta minuti serenamente, grazie ad un film che qualche sorriso lo strappa.

Commenti (2)

  1. Semplicemente un film già visto!

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