Recensione: Caramel – un dolce affresco dell’Oriente

di gioiabo 4

Paese che vai, usanze che trovi. Nessuno si offenda se diciamo che l’Occidente è un passo avanti rispetto a gran parte del resto del mondo. Tralasciando discorsi di ordine prettamente culturale (non me la sento di dichiararmi “avanti” solo perché vivo in un paese emancipato), non si può certo negare che, a livello tecnologico e di diffusione di beni di consumo, la maggioranza dei paesi orientali non godano dei nostri stessi benefici, nelle grandi e nelle piccole cose.

Un esempio? Forse non tutti sanno che in Oriente le donne non conoscono la classica ceretta per la depilazione ed usano come sostituto una miscela di zucchero, acqua e limone che, portata ad ebollizione, si trasforma in caramello.
Premessa necessaria per spiegare il titolo del film della libanese Nadine Labaki, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa come regista di un lungometraggio.

“Caramel” si svolge prevalentemente all’interno di un salone di bellezza di Beirut, in cui lavorano fianco a fianco cinque donne con altrettante storie da raccontare. C’è Layle (la stessa Nadine Labaki) che è perdutamente innamorata di un uomo sposato; Nisrine (Yasmine Al Masri) che è in odore di matrimonio e non sa come confessare al futuro sposo che ha perso la verginità; Rima (Joanna Moukarzel) che sogna di vivere liberamente un amore lesbo; Jamale (Gisèle Aouad) impegnata nella lotta quotidiana contro il passare del tempo e gli inevitabili cambiamenti del fisico; infine Rose (Siham Haddad) che ha fatto della sua vita un atto d’amore verso la sorella malata di mente, sacrificando però la felicità personale.

Nel salone di bellezza le donne si raccontano, si confrontano, si confidano, toccando temi difficilmente esprimibili al di fuori da quella realtà. La maternità, il sesso, l’omosessualità, l’adulterio: argomenti tabù in altre situazioni, perfino tra le mura domestiche.

Un affresco delicato e malinconico del mondo femminile, sospeso tra il rispetto della tradizione e il desiderio di modernità. Mai scontato, mai banale, con una descrizione particolareggiata e minuziosa dei personaggi messi tutti sullo stesso livello narrativo, senza prevaricazioni o storie che prendono il sopravvento.
La descrizione (finalmente) di una Beirut calda e colorata, diversa da quella a cui ci avevano abituato negli anni i tanti film di guerra, raccontata attraverso l’occhio attento e passionale dell’universo femminile. Commovente e divertente allo stesso tempo, resterà di certo nel cuore dello spettatore.

Presentato all’ultimo festival di Cannes, nella sezione Quinzaine de Realizateurs con enorme successo di pubblico e critica, farà sicuramente un’ottima figura nella lotta alla conquista dell’Oscar come Miglior Film Straniero.

Ed ora alzi la mano chi si aspettava che una regista di video musicali e spot pubblicitari potesse tirar fuori dal cilindro un’opera di questo livello!

Commenti (4)

  1. Emancipato?chi cosa?Scusami ma non penso proprio che il mondo occidentale sia emancipato TANTO RISPETTO ALL’ORIENTE.COSA SIGNIFICA PER TE EMANCIPATO?.Scusami ma avendo molti amici Orientali mi sento in obbligo di obiettare.A VOLTE BISOGNA PENSARE PRIMA DI METTER PENNA SU CARTA!Sicuramente è un film che andrò a vedere(ovviamente con i miei 4 amici poco emancipati).PS:E’ come uno straniero che vede un film italiano e ci identifica in mafiosi col mandolino in mano e la pizza….bah!

  2. Scusami Gill, ma forse le mie parole sono state mal interpretate. Innanzitutto non ho generalizzato, facendo degli orientali una massa di retrogradi. Poi mi sembra di aver sottolineato che non mi sento affatto superiore al resto del mondo. Anch’io ho amici orientali e non mi sognerei mai di offendere culture diverse dalla mia. Chieso scusa se nell’articolo non sono stata abbastanza chiara, ferendo la tua sensibilità.

  3. FA NIENTE,TI CHIEDO SOLO DI PENSARE BENE PRIMA DI SCRIVERE LA PROSIMA VOLTA!!BUON NATALE

  4. Per pensare ho pensato, ma la prossima volta cercherò di spiegarmi meglio. Buon Natale anche a te

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