Gabriele Paolini a Cinetivu: “La televisione è una spietata assassina quando si ciba di cronaca nera”

di Redazione 1

Gabriele Paolini, grazie ai suoi 30mila sabotaggi televisivi (record certificato anche dal Guinnes World Record), è il disturbatore televisivo più famoso d’Italia. Noi di Cinetivu abbiamo deciso di intervistarlo per capire qualcosa in più sul suo “lavoro” e sulla sua persona. Abbiamo avuto la fortuna di cogliere Paolini sull’attualità, visto che questa mattina è riuscito ad incontrare Fiorello, il quale gli ha strappato una promessa:

Stamani alle 6.30 c’è stato un incontro con Fiorello, il cui video è stato già pubblicato su Twitter. Ho chiesto lui di dedicare la puntata finale di questa sera alle donne. Se è una persona seria, e ritengo che lo sia, spero che colga l’occasione per farlo.

Come vi siete incontrati?

Fiorello va, tutti i lunedì mattina, in un’edicola di Via Flaminia per fare la rassegna stampa che manda in onda come anteprima del suo programma. Ho detto alcune cose al megafono e ho inscenato uno spogliarello in stile feliniano. E’ stata una performance divertente e con un significato. E’ da vedere.

Partiamo dal passato. Ricordi la tua prima incursione televisiva?

La prima incursione è datata 1997. Anche se il primo ingresso pubblico del mio personaggio risale a qualche anno prima, durante una sfilata di moda di Renato Balestra. Ho interrotto la sfilata regalando preservativi. Con questa incursione era nato “il profeta del condom” e quindi il personaggio di Paolini. Ma i primissimi “inquinamenti televisivi” appartengono a qualche anno prima: quando Fellini era ricoverato al policlinico Umberto I, presenziavo a tutti i collegamenti televisivi. Ero, all’epoca, soltanto un osservatore.

Perché hai scelto proprio le incursioni dietro i giornalisti per lanciare i tuoi messaggi?

Non faccio altro che decontestualizzare la televisione: la scompongo e la ricompongo a modo mio. Mi considero un’artista situazionista e scelsi, nel 1997, un modo di comunicare immediato, diretto e con un riscontro di milioni di persone. Il collegamento televisivo, che tendenzialmente dura 1-2 minuti, ha come scenografia la realtà estetica. Nel momento in cui compaio e a maggior ragione quando lancio una provocazione parlata, quello che era l’intento dell’autore o del giornalista viene infranto. Quello che era, non è più. I miei sono proprio degli inquinamenti televisivi (come li ha definiti Aldo Grasso), nei quali cerco di denunciare la televisione che è una spietata assassina soprattutto quando la tv si ciba di cronaca nera riproducendola in tutti i contesti.

Le incursioni vengono decise con largo anticipo oppure vengono improvvisate?

Seguo molto la cronaca e l’attualità ed ho agganci con gli uffici stampa che mi danno delle dritte. Infatti, come ho sempre dichiarato, un decimo dei sabotaggi televisivi sono stati organizzati. C’è stata una complicità.

Perché l’aziende ti hanno aiutato in questi sabotaggi?

La domanda dovresti porla alle aziende. Però credo che sia una questione di audience. Da una parte c’è una televisione che mi combatte e che mi da le testate alla Summonte (giornalista del Tg5, ndr), dall’altra c’è una tv che ripropone le mie incursioni nei vari programmi come Striscia e Blob, dove ormai i passaggi sono tantissimi, e Matrix che mi ha dedicato 4 puntate. Passaggi che creano audience. Quindi la richiesta di danni che le aziende vogliono dimostrare davanti ai giudici è relativa. C’è un gioco pirandelliano delle parti che a me ha fatto sempre comodo, lo ammetto. Molti giornalisti si sono sempre chiesti come facessi ad essere sempre ovunque e senza le dritte che ricevo non ci riuscirei.

Ma è vero che, durante le tue incursioni, hai sempre con te un piccolo televisore portatile per vedere le inquadrature?

E’ vero. L’ho portato dal 1997 fino all’arrivo del digitale. Mi è sempre servito perché in quella maniera riuscivo a muovermi con una certa abilità durante i collegamenti. Da quando c’è il digitale le tv portatili non hanno più la stessa prontezza dell’immagine. Quindi da due anni non la uso più. Però anche senza il televisore portatile riesco a muovermi con abilità.

Cosa succede prima e dopo una tua incursione?

L’appostamento è fondamentale: sono molto attento e vado con almeno un’ora di anticipo sul luogo. Prima mi devo appostare, nascondermi e colpire nel momento giusto. Dopo ci sono stati molti momenti di tensione e anche di violenza: in 16 anni di attività ho totalizzato oltre 150 giorni di prognosi.

Cosa hai scritto nella carta di identità sotto Professione?

Ho scritto artista: ma non ho mai accettato nè ruoli televisivi (mi contattò Antonio Ricci per fare l’inviato di Striscia), nè ruoli politici che mi erano stati proposti sia dalla destra che dalla sinistra.. Non solo ma, nella via di residenza ho scritto Modesta Valenti. Una via che non esiste, ma che ho inserito nel mio documento autentico ed ufficiale. E’ una via che esiste a livello di questura. Mi sono appellato ad una legge di tanti anni fa. Essendoci una separazione morale con i miei genitori, ho ottenuto una via fittizzia che mi da la possibilità di tutelare la reale e attuale residenza.

Hai visto l’imitazione che ti stanno facendo a Quelli che il calcio?

L’ho vista la settimana scorsa e mi sono divertito molto. Storicamente, però, non è la prima volta che mi imitano. A Paperissima, Afef si era travestita da me e “disturbava” Mentana. Ancora prima a Buldozzer mi imitavano. Ben vengano gli emuli.

Durante la tua ospitata a Matrix di qualche anno fa avevi promesso di finire le tue incursioni televisive. Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Non ho cambiato idea. Da Mentana avevo dichiarato questo. La magistratura romana mi aveva pienamente assolto in quanto sostenne che non ero colpevole di nessun reato e, anzi, ero portatore di messaggi sociali. Poi i “giudici supremi” di cassazione mi hanno condannato. Ogni volta che, dopo quella sentenza, chiunque compare dietro un giornalista durante un collegamento crea reato di molestie e di interruzione di pubblico servizio. Quando hanno annullato la richiesta di assoluzione, ho ricominciato a rompere le scatole.

So che sei un grande amante del cinema italiano. Come è nata questa passione?

Recentemente, alla mostra del cinema di Roma, ho lanciato una provocazione per chiedere alle istituzioni di far diventareil cinema una materia obbligatoria a scuola. Ma la mia passione per il cinema è nata a 12 anni grazie a Federico Fellini: andavo sotto casa sua una volta al mese. Non andavo a scuola per spiarlo e lui era profondamente incuriosito. Usciva di casa sempre intorno le 7. Faceva una sosta dal barbiere che apriva per lui a quell’ora, faceva una veloce colazione al Bar Canova. Poi prendeva il taxi per Piazza del Popolo ed andava nel suo studio in Corso d’Italia. Per due anni sono andato una volta al mese sotto casa di Fellini. E sento la sua mancanza, soprattutto nei giovani.

Un sogno?

Quello che mi auguro è che, aldilà delle incursioni televisive, le persone capiscano che dentro di me c’è una persona, ci sono dei contenuti e c’è un cuore. La cosa che più mi addolora di più è quando le persone giudicano le persone senza conoscerle più di tanto. E’ molto facile giudicare il prossimo.  La gente mi conosce come un provocatore, però contemporanemante sono una persona dolorante e un gran fifone.

Photo Credits | Getty Images

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