Recensione: Jumper – Tanti salti spettacolari e poco più

di Redazione 6

Jumper nasce per piacere e finisce per annoiare.
David Rice (Hayden Christensen), scopre a quindici anni, cadendo dentro ad un lago ghiacciato, di aver la capacità di teletrasportarsi in luoghi conosciuti. Prima dell’incidente la sua vita non è esattamente quella del protagonista: la madre l’ha abbandonato quando aveva cinque anni, il padre è perennemente in collera con lui, la ragazza che gli piace, Millie, lo vede solo come un amico e i bulli della scuola lo prendono di mira.Per questo David, appena scoperto di avere un potere così grande, decide di imparare ad usarlo e fare la bella vita: rapina banche teletrasportandosi direttamente nei caveau, va a fare surf alle Fiji, fa colazione sulla Sfinge in Egitto e osserva Londra dal Big Bang.
Andrebbe tutto bene se non scoprisse, col passare del tempo (otto anni dalla sua prima rapina), che un’associazione segreta, i Paladini, guidati da Roland (Samuel L. Jackson), danno la caccia da secoli a quelli come lui per ucciderli, solo perché li considerano un abominio (motivazione che detta da un nero dai capelli color bianco neve pare abbastanza ridicola). Con l’aiuto di Griffin (Jamie Bell), il nostro eroe dovrà sconfiggere i Paladini per garantire sicurezza a se stesso, ai saltatori come lui e alla sua ragazza Millie (Rachel Bilson), che solo per il fatto di conoscerlo rischia di essere eliminata.


Il film è un pò Matrix e un pò Bourne come io sono un pò Bruce Willis. Mi spiego: i punti in comune con le due pellicole appena citate sono Doug Liman, regista sia di Jumper che di Bourne Identity, Joel Hynek creatore degli effetti speciali sia di Jumper che di Matrix e il genere pseudo fantascientifico sia di Matrix che di Bourne e di Jumper. Quanti “sia…che” avete contato? Se la risposta è tre e vi basta per paragonare pellicole che hanno fatto, chi più (Matrix), chi meno (Bourne), la storia del cinema, a Jumper, allora potete credere a ciò che vi dicono sui cartelloni pubblicitari, altrimenti guardate il film per quello che è, cioè una buona pellicola, con bravi attori, che però fa acqua in qualche punto (forse per tenersi aperta proprio la possibilità sequel o addirittura quella di diventare una saga).
I pro del film sono tanti: l’ottima interpretazione di Hayden Christensen e quella ancor più convincente di Samuel L. Jackson (il miglior antagonista degli ultimi tempi), le ambientazioni assolutamente pazzesche (come non citare l’interno del Colosseo?) e gli effetti speciali, che avranno fatto sicuramente spendere milioni di dollari al produttore, ma che rendono così realistico l’effetto teletrasporto, che pure il capitano Kirk di Star Trek darebbe in rottamazione il suo. C’è un solo vero contro: la storia è scontata. Ripeto: la storia è scontata. Ripeto: la storia e scontata. Ora dopo aver letto tre volte la stessa frase sareste pronti a definire piacevole la lettura della recensione? Eccovi esposto il problema del film: la storia è ripetitiva e quindi prevedibile (cosa che non erano Matrix e Bourne).
Concludendo: Jumper, ispirato ai romanzi di Steven Gould, può essere annoverato sicuramente tra i film più innovativi dell’ultimo periodo e gran parte del merito va a chi, come Joel Hynek si inventa di volta in volta effetti sempre più incredibili, ma non può essere considerato un capolavoro, perché l’inflazione degli effetti speciali e la bella prova recitativa dei protagonisti (ma non parliamo di interpretazione da oscar) nasconde, ma non riesce a coprire del tutto, il buco che c’è nella trama.
Per farla breve: o la storia è prevedibile o io sono un Jumper. Fate voi.

Commenti (6)

  1. Speravo in qualche cosa di meglio, effetti veramente belli ma finisce lì!
    Certo far colazione in cima ad una piramide…per una che ha studiato archeologia non è male….c’è un jumper all’ascolto! ihihihihihi 😉

  2. l’idea originale è stat rubata a Effetto Farfalla. trama diversa sì, ma salti (Jup) nello spazio tempo…beh Jump arriva un pochino tardi, molto tardi. Poi è vero, che ppalle!

  3. Grandi salti senza una storia coerente.
    Da guardare solo in mancanza d’altro.

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