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  • 07
  • mag
  • 2008

Recensione: The hunting party

The Hunting party
A 5 anni di distanza dalla fine del conflitto dei Balcani, il più grande criminale di guerra, La volpe (Ljubomir Kerekes), è ancora in circolazione, a quanto pare introvabile, in realtà intoccabile (ci sono voci che dicono che abbia trattato con gli americani la propria libertà in cambio del suo ritiro dalla vita politica).
A 5 anni di distanza Duck (Terrence Howard), ex cameraman di guerra ora promosso ad un più piacevole ruolo di capo cameraman negli States al seguito di un famoso anchor man, torna a Sarajevo, dove aveva lavorato con Simon Hunt (Richard Gere), un reporter televisivo incapace di camuffare la verità e per questo finito in disgrazia, per raccontare i festeggiamenti del quinto anniversario della fine delle ostilità.
Al ritorno di Duck in Bosnia, accompagnato dal figlio del vicepresidente del network, Benjamin (Jesse Eisenberg), neolaureato ad Harvard, corrisponderà l’incontro determinante con Simon, pronto a seguire una traccia che porterà il gruppo dritti dritti da La Volpe.


The Hunting Party nasce dall’idea di cinque giornalisti (di cui quattro ripresi nel film), che la comunità internazionale non abbia interesse a rintracciare i criminali di guerra e dal loro tentativo di stanare Karadzic: a supporto della loro tesi, prima dei titoli di coda, ci viene ricordato che il loro ricercato, Radovan Karadzic, non sia stato mai catturato, sebbene sia riuscito a pubblicare due libri e un cortometraggio.
Il film, diretto ottimamente da Richard Shepard, capace di trasformare la storia originale in una sceneggiatura scorrevole e credibile, dove i protagonisti non sono degli eroi alla Chuck Norris (come viene sottolineato più volte), ma degli esseri umani con difetti e paure, è un viaggio on the road alla ricerca del criminale, nonché un percorso tra l’ipocrisia delle istituzioni: tutti i cittadini sanno dove si trova La Volpe, ma le autorità sostengono che non sia loro compito trovarlo e la CIA se lo lascia incredibilmente scappare ogni volta.
A livello tecnico vorrei segnalare il piacevole humor nero (l’esperto Duck che dice al novellino Benjamin, per prenderlo in giro, di stare attento alle mine o il dialogo senza senso fra Simon e il nano) e, di contro, la discutibile la scelta di un doppio finale, prevedibilmente creato per dare allo spettatore un happy end (di cui si poteva fare a meno e senza il quale il messaggio sarebbe stato un pugno in pancia), che sminuisce la figura di Simon e riconduce la ricerca del latitante a mera vendetta personale (la sua ragazza è stata ammazzata).
Concludendo: “Solo i particolari più incredibili di questo storia sono veri”. Così esordisce The Hunting Party. Questo messaggio bisognerebbe tenerlo sempre presente guardando il film, per capire quanto, dietro l’apparente monotonia (manca l’adrenalina negli inseguimenti e l’orrore nelle prime scene che descrivono morti ammazzati) si nasconda la realtà dei fatti, quella che non è scelta come notizia, ma che è più rumorosa di una bomba e più vergognosa di una vita spenta.
Consigliato a tutti coloro che vogliono aprire gli occhi… e la mente.

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Commenti:

E' stato scritto un commento su "Recensione: The hunting party"

  1. Pesante ma bello, vero e crudo quanto basta.




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